‘Il Fil Rose’, andato in scena martedì scorso al Teatro Foce, non è uno spettacolo che cerca di piacere. Non lusinga lo spettatore, non gli tende la mano per guidarlo gentilmente verso l’emozione giusta, non lo assolve. Tratto dai racconti, dai ricordi e dagli esercizi teatrali nati all’interno del laboratorio delle Anne dai capelli corti, gruppo di donne alle quali è stato diagnosticato un tumore al seno prima dei 50 anni, il lavoro della compagnia TeatrAnne – guidata da Alessandra Ardia e Gaby Lüthi – si sottrae con decisione a due trappole ben note: la retorica della testimonianza edificante e quella forma di teatro in cui il pubblico schiaccia il naso contro il vetro del dolore altrui, oscillando tra senso di colpa e sollievo che “non sta succedendo a me”.
Emozioni senza scorciatoie
‘Il Fil Rose’, nello spazio buio e raccolto del teatro, costringe ad affrontare le proprie emozioni senza fornire scorciatoie, e soprattutto senza permettere il gesto più gettonato davanti al dolore degli altri, quello di voltarsi dall’altra parte. Non è uno spettacolo per cuori deboli, ma non perché sia costantemente tragico. Anzi: tra ironia e cori da stadio, il carico della malattia resta spesso fuori campo, a margine. Le Anne, così si chiamano tra loro anche in scena, scelgono di confrontarsi con qualcosa di più difficile da accettare: la normalità. Quella convinzione rassicurante per cui certe cose capitano sempre a qualcun altro, finché non succede il contrario.
Sul palco non ci sono attrici professioniste, proprio come nel cinema neorealista, ma donne qualunque, con una quotidianità ordinaria, restituite attraverso una performance semplice, scarna, priva di virtuosismi. Ed è proprio questa vicinanza a spostare l’attenzione di chi guarda. Non sul chiedersi se lo spettacolo ‘funzioni’ o meno, ma sul riconoscersi in quelle donne che sul palco condividono patatine, spettegolano, bevono e si vestono al mattino per andare a lavorare, esattamente come chi le osserva dalla platea.
L’unica linea di demarcazione tra i due spazi è l’assenza di quel pivot narrativo, quella data quel giorno di un marzo qualunque in cui la scenografia cambia improvvisamente. Spari-scono Levante e la musica bossa nova, e al loro posto arrivano sale d’attesa, Tac, pianti trattenuti, il lasciapassare delle infermiere, una sequenza di gesti ripetuti e di passi che sembrano confusi ma che, come ci era stato detto fin dall’inizio, non vanno decifrati né forzati esattamente come l’esperienza degli altri, che resta intraducibile.
Il filo rosa
In ‘Fil Rose’ parlano soprattutto i silenzi, i movimenti, le azioni concatenate. Le parole sono poche, spesso insufficienti e servono soprattutto a far emergere il mito di Arianna e Teseo, non come citazione colta da riconoscere, ma come struttura sotterranea che organizza l’esperienza. Il labirinto in cui ci si perde non è un’immagine suggestiva, ma è il luogo in cui ci si ritrova senza averlo scelto e in cui l’orientamento individuale serve a poco. Il filo, rosa e non rosso, non promette un’uscita trionfale né un gesto eroico.
Serve piuttosto a ricordare che qualcun’altra è già passata di lì, che il percorso non nasce dal nulla e che orientarsi, in certi spazi, è un’operazione collettiva. Non si esce sole perché non si entra sole, anche se all’inizio può sembrare il contrario. Ognuna ha la propria matassa, il proprio tratto di strada per tornare a casa, che finirà inevitabilmente per servire a qualcun’altra.
‘Il Fil Rose’ dimostra che si può fare teatro con poco, se c’è autenticità. Forse perché, come mi suggerisce lo spettacolo, tra cori, farsi forza reciproco e una certa ostinata voglia di gin tonic, non c’è nessuno che ami la vita più intensamente di chi smette di darla per scontata.